Torta paesana… con aggiunta di mele!

Tornare in un luogo dopo circa 20 anni non è cosa semplice.

Le mura di un posto, le case, le strade, sembrano più piccole , più strette man mano che si cresce. Mi guardo intorno e la sensazione che mi pervade è malinconia mista a ricordi frivoli. Ero una bambina quando “sbarcai” per la prima volta al nord. Ricordo che non feci fatica ad ambientarmi : avevo amici, di cui una la ricordo con grande affetto. Ricordo la scuola, i giochi, le feste. Ricordo che la strada di casa mi sembrava così lunga, quelle ville così grandi : ero solo io ad essere molto piccola. 

È fondamentale tornare in un luogo dopo molto tempo per ridimensionare i ricordi, per farli diventare reali e fonderli con il presente. Ridimensionare un ricordo non significa svuotarlo del suo significato, quanto più dargli un’identità attuale. 

Non ho passeggiato a lungo per raggiungere il parco di Monza. Avevo una casa lì vicino da piccola, mia nonna poco più avanti è rimasta lì , nello stesso posto. 

Amavo avere il parco vicino, proprio come amo averlo qui a Torino. Ho bisogno di un polmone verde nelle vicinanze, dove rifugiarmi quando soffoco. 

Il parco non mi ha deluso : nei miei ricordi c’era odore di Aglio orsino appena sbocciato, distese dei suoi fiori bianchi. Erano lì ad attendermi ancora, come se volessero dirmi che non si erano dimenticati di me. Mi sono emozionata molto : è assurdo come la natura ti ringrazi quando la ami così tanto da non poterne fare a meno. 

Amo i parchi che mantengono una componente rurale così forte , che non vengono intaccati troppo dalla presenza umana. Amo i posti isolati dove il verde mi pervade, dove c’è solo natura intorno, dove gli unici rumori sono il cinguettio degli uccelli e il gracchiare delle foglie sotto i miei piedi.

Cammino fino ad arrivare a Madonna delle Grazie , una piccola chiesa nel cuore del Parco. Un tumulto di ricordi. Mi sembra di essere in Olanda : il Lambro attraversa silenzioso la città e scorre tra i rami di alberi che fanno da cornice. 

Ciò che mi sorprende di questo luogo è come la forte bucolicitá della cittadina di fonda con un contesto moderno e all’avanguardia. 

Tutto è giusto ed al suo posto : c’è un equilibrio forte tra natura e componente umana. 

È quello che succede un po’ nei miei ricordi : tutto si sistema al suo posto , si fa piccolo ciò che era grande e grande ciò che avevo sottovalutato. 

Alla fine ritornare è un po’ questo : rimettere ordine, far andare ogni tassello al suo posto, ritrovare affetti, costruirne altri. 

Questo è solo un piccolo passo, sono felice che sia accaduto. 

 

 

Avanzi. 

Mi è sempre piaciuto “ciò che resta”. Ciò che si insinua nella trama stretta del presente che si mescola a un briciolo di immaginazione futura. Mi piace ciò che lega indissolubilmente ciò che è stato e ciò che nasce sull’istante : un pensiero , un gesto, una tradizione. 

Mia nonna mi narrava spesso vicende che parlavano di povertà mista ad una forte soddisfazione. Esordiva spesso con “in tempo di guerra..”, come se quella guerra l’avesse vissuta davvero così crudelmente che le era entrata nelle vene e , sotto pelle,  si muoveva fino ad arrivare ad essere voce, per essere narrata. 

Non c’erano soldi , mio nonno era un sarto. Figli entrambe di pescatori. Si arrangiavano spesso con ciò che la dispensa offriva, a volte dovevano dividere gli ultimi assaggi di un piatto caldo. 

Nonostante questo,non mancava l’inventiva. 

Questa torta non è tipica del mio paese natio, ma mi ha sempre affascinata perché tipica della Brianza. Mia mamma ha imparato a farla negli anni in cui abbiamo vissuto a Monza, poi l’ha insegnata a me.

E’ bello rendersi conto che in un contesto così lontano dalle mie radici ,  nelle campagne o nei paeselli più lontani , le usanze si mescolano alle mie. 

Quell’intreccio si fonde e ritrova splendore nelle cose semplici e nel profumo di una torta di pane raffermo , messo a bagno per una notte con latte caldo e uova: ingredienti che in una casa modesta non possono mancare. 

Ritrovo così punti di contatto tra ciò che sono, quello che ho vissuto e ciò che mi prefiggo di essere, nel gustoso sapore di un avanzo di tempo lontano.

  • 500 g di pane secco (vanno bene anche dei panini)
  • 1 l di latte intero
  • 150 gr di zucchero
  • 150 gr di amaretti sbriciolati
  • 1 uovo intero
  • 40 gr di cacao in polvere amaro
  • Una manciata di pinoli
  • 150 gr di uvetta essiccata
  • 4 mele Annurca
  1. Preriscaldare il forno a 180°C. Nel frattempo mettere a riscaldare anche il latte in un pentolino, non farlo bollire.
  2. Spezzettare il pane e metterlo inuna ciotola capiente.
  3. Versare il latte caldo sul pane e lasciarlo ammorbidire per circa 2 ore , finchè il pane non avrà formato una “pappetta” cremosa.
  4. Aggiungere gli amaretti e far ammorbidire. Aggiungere poi zucchero, cacao e l’uvetta e l’uovo. Mescola fino a che non è tutto omogeneo. Lasciare riposare per mezz’ora.
  5. tagliare nel frattempo, le mele a cubetti, togliendo la buccia. Aggiungerle al composto e mescolare.
  6. Ungere con il burro uno stampo rotondo di 24 cm di diametro e poi spolverarlo con cacao e zucchero. Versare l’impasto nello stampo, cospargere la superficie con un po’ di zucchero e pinoli e infornrlo per circa 50 minuti, finché non sarà croccante in superficie ma sempre umido dentro.
  7. Lasciarla raffreddare e toglierla dallo stampo. Spolverare, del cacao sulla superficie.

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